Recensione: Il Calderone Magiko / To stir a magic couldron di Silver Ravenwolf

Volevo scrivere una recensione semplice e veloce, ma ho scoperto che non mi diverto se non ho da parlare almeno un po’, quindi ho optato per dire la mia su Il calderone Magiko di Silver RavenWolf.
Importante premessa: ho letto che secondi alcuni la traduzione è pessima, ma io l’ho letto in originale, per cui su questo punto non so assolutamente che cosa dirvi.
Non ho avuto modo di leggere altri libri di quest’autrice che trovo, nel mondo di internet, per lo più venerata od odiata. Classica scena, quindi, di fluffy bunnies che la elogiano senza nemmeno pensarci due volte come se fosse la santona di turno, mentre coloro che cercano di accostarsi ad una pratica che verte più sulla stregoneria tradizionale od il ricostruzionismo la ripudiano come il diavolo l’acqua santa (e poi capirete bene il perché).
Il libro che vado a recensire, da quel che ho capito, andrebbe in coppia con To ride a Silver Broomstick, di cui non so se esiste una qualche traduzione in italiano, e sempre da ciò che mi è parso di capire quest’ultimo sarebbe in realtà il manualetto un pochettino più base, mentre il calderone verte su aspetti che guardano già oltre, ma che rimangono comunque nell’ambito delle basi, per lo più.

Cominciamo dai PRO: ho apprezzato il fatto che esplori territori che magari in altri libri di autori “maggiori” non vengono trattati, per esempio la descrizione dettagliata delle fasi lunari mettendo non solamente le quattro solite, ma le vere otto fasi della luna. Punto sicuramente a suo favore. Anche le altre tematiche che esplora (dai gesti alle devozioni, dall’uso delle entità che possono essere chiamate a guardare le quattro direzioni all’importanza del cerchio) sono guardate sotto un’ottica diversa rispetto a quello che mi è sempre parso di percepire dagli altri libri. Sì, probabilmente è più creativa e/o originale nel suo approccio alla sua religione. Si sente molto qualcosa di sua e ciò che percepisce, altra cosa che mi è piaciuta leggendo. Inoltre mi è parso molto utile il capitolo in cui, parlando dell’invocazione alle direzioni durante l’apertura del cerchio, ha fatto la distinzione tra evocazione ed invocazione, tra l’azione di proteggere (e quindi far sì che queste entità siano rivolte verso l’esterno) e che ci aiutino e guidino nel nostro rito (e quindi rivolte verso l’interno) mettendo in evidenza come entrambe le cose non siano possibili e come una parola può variare il risultato di ciò che stiamo facendo. Mi sono sentita una stupida mentre leggevo, io che non ci avevo mai pensato.

Ma quest’opera non manca di CONTRO che, ahimè, mi hanno rovinato un po’ l’insieme. Innanzitutto questa donna mi sembra esageratamente entusiasta ed autocompiaciuta di ciò che fa. Ecco che lei ha aiutato questo, ha aiutato quello, le è successo così e cosa, quando insegna fa cosà e così. La trovo una cosa pesante che infarcisce continuamente la lettura e certe volte ti viene voglia di saltare tutte queste pagine di elucubrazioni (io me le sono sorbite, almeno alla prima lettura).
Altra cosa che mi ha fatto arricciare i capelli è l’esasperato eclettismo. Io non sono contro di esso, sia ben chiaro. Anzi. Ma l’eclettismo esasperato ed il voler mescolare sempre qualsiasi cosa mi danno un po’ fastidio perché suona come qualcosa di forzato che va anche a dare vita, talvolta, ad una pratica sconnessa. Ecco che io non capisco perché dovrei invocare gli angeli a proteggere i dannati quarti del mio cerchio. Non ce li voglio, sono pagana e negli angeli non ci credo. Non m’importa se alle cose ci posso mettere il nome che voglio (angelo, spirito, deva, etc. etc. etc.) per me hanno una derivazione che con la pratica pagana c’entra poco e niente. Lo ammetto, mi stavo per strappare i capelli in quel punto.
Questo eclettismo la rende quindi “leggermente” fraintendibile, anche perché non è un libro all’interno del quale si parla di meccaniche e meccanismi della magia o di etica, ma non ve lo dico con certezza perché l’ho letto qualche tempo fa e ricordo che sì, questi argomenti erano introdotti secondo necessità nel momento in cui veniva spiegata una nozione, ma non hanno dei capitoli appositi che appaiono invece in To ride a Silvre Broomstick (dove si parla di magia e scienza, della terra d’estate e cose simili).
Quindi se uno lo prende in mano come primo libro potrebbe venirne fuori o con una visione della wicca assolutamente distorta oppure potrebbe rimanere molto confuso.

Siccome l’ho trovato un libro abbastanza utile, nel complesso gli darei un bel 7.5
Per i motivi sopra descritti lo consiglierei, però, a coloro che hanno già ben chiare le basi della wicca o che sono comunque in grado di discernere tra ciò che è la wicca in generale e ciò che è invece inevitabilmente marchiato Silver Ravenwolf.
Buona lettura 😀

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