La storia di Dagda e della Dea del fiume

Il periodo del solstizio è anche il tempo di raccogliersi attorno al fuoco per raccontare storie: ieri mi è salita l’ispirazione ed ho scritto questa rinarrazione della leggenda di Dagda e Boann, la dea irlandese del fiume Boyne: è una storia che mi piace molto e che mi sono divertita ad immaginare inserita in un contesto geografico che conosco, ovvero in un particolare posto dell’Adda molto bello quanto maltrattato dalle persone che passando di lì sono solo capaci di lasciare spazzatura e mai un buon pensiero.

Là dove il fiume crea un ansa riparata da folti alberi il Dagda, il Dio buono, aveva la sua casa. Ed un giorno, tornando dal suo peregrinare nei boschi egli vide, seduta sulla riva intenta ad intrecciare ghirlande, la Dea del fiume: ella aveva un grande sorriso e stava parlando con gli animali che s’erano fatti attorno a lei per ascoltare il suo canto.
Subito il Dio venne preso d’amore per quella figura dai lunghi capelli bruni e dal tocco gentile, ma lei non aveva alcun interesse se non nel nuotare con i pesci quando correva nel letto del fiume e sedersi ogni tanto sulle sponde per riposare, intrecciare ghirlande di fiori e qualche volta parlare con gli animali che erano suoi amici, in quanto era l’acqua in cui si immergevano nei caldi mesi d’estate per trovare frescura ed era il fiume il luogo in cui si recavano per placare la sete e tutti le portavano rispetto e reverenza, ma non timore poiché ella era sì grande, ma anche amabile e mai rifiutava aiuto o consiglio.

Così, quando il padre degli Dei le si avvicinò ella scoppiò in una risata chiara e cristallina come la voce di un ruscello e svanì in una moltitudine di spruzzi argentati abbondando quella particolare ansa del fiume. Mesi dopo, però, ella si ritrovò a passare nuovamente in quel punto: erano gli ultimi giorni di primavera e l’estate già si faceva sentire dalla grande afa che si spargeva tutt’intorno. Dagda era seduto appena fuori dalla sua casa, appena tornato dal suo peregrinare nei boschi poiché suo è il compito di mantenere in ordine quella parte di mondo, ed il sudore gli imperlava la fronte, ma per trarre un momento di riposo egli aveva afferrato la sua arpa ed aveva cominciato a suonare, intonando un canto con voce grave. Ricordava il giorno in cui aveva visto la prima volta la Dea del fiume e lei era sparita in uno scintillio argentato di acque e risate e gli animali rimasero ad ascoltarlo, gli uccelli più degli altri poiché volevano imprimersi quelle belle parole nella memoria per poi poterle cantare al mondo.
La luce del sole che filtrava tra le foglie illuminava il volto del Dio, le guance accese dal caldo e dalla musica, e le sue mani che pizzicavano le corde dello strumento; i suoi capelli scuri risplendevano dell’estate e a quella vista il cuore della Dea venne mosso da amore. Ella lo vide, splendente in tutta la sua bellezza, e venne a conoscenza del suo animo dolce e gentile e si commosse ad udire quel canto e tanta dolcezza ed intelligenza. Attirata dalla musica ella s’avvicinò alla sponda del fiume, poggiando le mani sul terreno della riva e posandovi sopra il capo e rimase lì intenta ad ascoltare. Poi, quando la musica cessò, ella uscì completamente dalle acque e con il Dio si perse nel folto della foresta dove entrambi goderono l’uno dell’altra in quel primo giorno d’estate.
E da quell’amore la Dea rimase gravida, portando dentro di sé il seme del Padre degli Dei che vaga per le foreste, e fu nel periodo del gelo che il bambino venne alla luce: ella era di nuovo nel folto della foresta, ma sola questa volta, ed il bosco tutto si fermò ad ascoltare le grida della giovane donna che stava donando nuova vita, che dava alla luce il suo bambino. E quando l’eco del primo vagito del piccolo si sparse nel mondo, allora tutti: alberi e animali, uccelli e cervi, ricci e tassi, ed anche le nuvole ed i sassi, esalarono tutti insieme un respiro di sollievo poiché sapevano che con quel piccolo era rinata anche la speranza e che il mondo nuovamente si rinnovava.

Fu solamente tanti anni dopo, la Dea del fiume era tornata a guizzare con i pesci ed occasionalmente andava a trovare suo figlio, o era lui che andava a trovare lei poiché egli era dell’acqua tanto quanto era della terra, che il giovane fanciullo andò a vivere all’ansa del fiume nella casa del padre e fu in questo modo che egli vi si stabilì: presentatosi alla casa di Dagda egli ne chiese dimora per un giorno ed una notte ed il padre, non avendo nulla da obiettare, gliela lasciò poiché per lui trascorrere una notte ed un giorno nel bosco non era strano.
Ma quando il giorno dopo egli tornò per riprendere il controllo sulla sua casa si rese conto che quella non poteva più essere la sua dimora perché una notte ed un giorno è ad imitazione dell’anno intero e dunque egli ne aveva ceduto la proprietà a suo figlio.
E fu così che Aengus Òg, figlio del Dagda padre degli Dei e della Dea del fiume, prese il suo posto nella casa del padre.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...